
Il cinese Ceu Ta-kuan, che visitò Angkor nel 1296, racconta infatti che gli idoli posti nei santuari più importanti erano in bronzo, con decorazioni in oro, argento, avorio e pietre preziose.
I pochi reperti, esposti nel Museo, testimoniano la perfezione della tecnica di fusione con il sistema della cera a perdere, la raffinatezza del cesello, la ricchezza delle decorazioni con materiali preziosi. Poco o nulla oggi resta di quella superba arte plastica in bronzo.
Prima di essere abbandonata, Angkor fu saccheggiata tre volte dai Thai che la depredarono di tutte le sue ricchezze. Alcune statue, una trentina, andarono a arricchire i palazzi di Ayutthaya ma tutte le altre, che raffiguravano delle divinità estranee al credo buddhista, furono fuse per ricavarne le pietre preziose, l’oro, l’argento e lo stesso bronzo. Le poche statue scampate ai saccheggi furono portate dai sovrani khmer nelle nuove capitali Phnom Penh e Lovek ma, idoli di un culto caduto in disuso, subirono la medesima sorte.
Per ironia della sorte l'unica testimonianza di quella antica arte del bronzo bisogna andare a cercarla fra i resti del bottino di guerra dei saccheggiatori che però furono a loro volta spogliati da altri conquistatori. Nel 1564, infatti, il re mon Bayinnaung conquistò Ayutthaya e portò le statue a Pegu. Nel 1600 il sovrano del
Rakhine Razagyi espugnò Pegu e prese le statue che collocò nella sua capitale Mrauk-U. Bodawhpaya, fondatore del terzo impero birmano, sottomise il Rakhine nel 1784 e le portò a Mandalay, dove ora si trovano in un edificio prossimo alla pagoda di Maha Muni, dove ora sono oggetto di un intenso culto popolare che attribuise loro degli arcani poteri taumaturgici. Durante queste lunghe peripezie molte statue sono andate perse e ora non restano che due imponenti e ben conservate immagini di Shiva, tre leoni la cui testa è stata rifusa per trasformarli in chinthe e uno stupendo elefante tricefalo.

Resta solo questo modesto ricordo di uno sfolgorante passato.